In un’altra parte del mondo, a Nairobi, ti puoi imbattere in un anonimo cancello. Se ne varchi il limite ti trovi in un piccolo giardino vecchio stile, arredato con mobili riciclati e sgargiante di fiori. E’ insolitamente silenzioso ma accogliente. Al Pallet Cafè ti puoi sedere e ordinare quello che vuoi, senza parlare.
Se vuoi una bottiglia di acqua fredda basta mimare semplicemente dei brividi. Se vuoi un uovo sodo fai il gesto del pugno chiuso e se lo vuoi alla coque basta muovere leggermente le dita. Tutte le scelte sono ben specificate sul menù e camerieri solerti approvano la tua scelta alzando il pollice in su. Sono gentili e attenti e sulla t-shirt nera che indossano portano la scritta “I am deaf” (Io sono sordo).
Nei paesi africani la disabilità uditiva è una condizione che pone le persone ancora ai margini della società e il Pallet Cafè è un luogo alternativo dove attraverso la socialità si fa cultura combattendo le discriminazioni. Edward Kamande accoglie i clienti. Ventiquattro anni, è nato con un parziale deficit ad un solo orecchio. Il precedente lavoro come muratore in un cantiere di Nairobi tra la polvere e il fango ha compromesso del tutto il suo udito Feisal Hussein, il fondatore del locale, ricco imprenditore e ex operatore umanitario gli ha offerto una possibilità di riscatto in un comune bar “senza etichetta” per disabili, dove si supporta la comunità sorda del quartiere.
Più dei tre quarti dei dipendenti sono persone con deficit uditivo. “Nonostante la discriminazione sia vietata dalla nostra Costituzione, nel mio Paese ci sono tantissimi disabili ai quali non viene data nessuna possibilità di lavorare – denuncia Edward –. Il problema è grave in particolare per le persone sordomute, a causa delle loro difficoltà di comunicazione. Gli oltre 600 mila sordi del Kenya continuano a lottare contro i pregiudizi e non hanno neppure accesso all’assistenza sanitaria e professionale né tantomeno all’istruzione di base”.
Il Pallet Cafè è un simbolo di riscatto e coraggio, una goccia di “caffè” per riscaldare e far ricominciare a battere il cuore di tanti.
Agata Smeralda fu la prima neonata il 5 febbraio 1445 a passare attraverso la grata della finestra dell’Ospedale degli Innocenti a Firenze. Dopo di lei più di 500.000 bambini hanno trovato accoglienza tra le sue mura.
La grata alla finestra era fatta in modo che attraverso le sue inferriate potesse passarci solo il corpicino di un neonato. Questa scelta dell’Ospedale era per favorire i figli illegittimi, che non avevano la possibilità di crescere con i genitori , i bimbi perciò più fragili e a rischio di sopravvivenza. Al di là di questa finestra c’era un presepe con Maria e Giuseppe quasi a grandezza naturale e in mezzo a loro una culla vuota dove veniva messo il neonato...era Gesù che nasceva all’Ospedale e nei documenti di registrazione della nascita veniva scritto: “posto nel presepe il giorno .. alle ore..”.
Alle madri che abbandonavano i figli veniva chiesto solo se erano stati battezzati e con quale nome e di lasciare un segno di riconoscimento, spesso una medaglia spezzata a metà, qualora ci ripensassero e volessero tornare a prenderseli. L’Ospedale degli Innocenti non era però un luogo di cura medica come lo sono i nostri ospedali ma una “famiglia” che curava, istruiva educava, faceva imparare un lavoro. Si poteva, raggiunta l’autonomia, andarsene o restare ma si poteva anche tornarci quando le condizioni del mondo esterno diventavano intollerabili...
Il seme che Francesco Datini aveva lasciato donando 1000 fiorini per l’inizio di quest’opera ha dato frutti che sono continuati fino ai nostri giorni. La sua generosità aveva radici nella sua storia personale. Rimasto orfano, adottato, con intraprendenza e coraggio divenne mercante ricchissimo con attività diffuse in tutto il mondo allora conosciuto. Senza dimenticare le sue origini si prodigò per alleviare le sofferenze dei più poveri.
La “finestra dell’accoglienza” venne chiusa nel 1875 ma ancora oggi l’Ospedale è “casa” per chi non ha avuto la fortuna di avere una famiglia.
Ricordo ad un anno dalla partecipazione all’udienza papale 22 Novembre 2023
Condivido volentieri con gli amici del Club L’inguaribile Voglia di Vivere la meravigliosa esperienza a cui ho preso parte ormai un anno fa.
Sono medico presso il Policlinico San Matteo di Pavia, ormai da quasi venti anni. Opero in una branca dell’Oncologia, la Radioterapia, ambito che quotidianamente mi mette a confronto con la sofferenza, quella dura, quella che a volte pare essere senza Speranza. Questo percorso professionale e soprattutto umano è stato, fin dall’inizio, fonte di interrogativi e di inquietudine, anche rispetto al Cammino di Fede che stavo compiendo.
Una associazione di Dipendenti ha organizzato una partecipazione all’Udienza del mercoledì con il Santo padre, a cui hanno presenziato in particolare i bambini dell’ Oncoematologia Pediatrica (tanti i bimbi ormai guariti) accompagnati dalle loro famiglie, da don Alberto, sacerdote che si occupa di loro durante le degenze, insieme ad un gruppo di dipendenti (medici, operatori sanitari). Ho avuto la fortuna di portare con me i miei figli, Laura di 13 anni e Simone di 9, per una esperienza che rimarrà indelebile nei loro ricordi. Con grande tenacia hanno affrontato il viaggio un bimbo ed una giovane ragazza attualmente in terapia, nonostante la debolezza e la difficoltà determinata dalla malattia e dalle cure farmacologiche in atto.
Papa Francesco è si è presentato ai fedeli ed ha mostrato tutta la sua umanità, la sua vera vicinanza, non nascondendo la sua personale fragilità e sofferenza fisica (di lì a qualche giorno un ricovero per infezione polmonare). L’omelia con la voce affaticata, l’arsura, le soste nel discorso, hanno semmai permesso di rivelare quanto autentica fosse la sua personale condivisione della sofferenza che a lui si è accostata. Essere così vicino al Santo Padre durante il suo saluto ai fedeli, poter toccare la sua mano, mi ha fatto sentire molto di più che “nell’ombra di San Pietro” del famoso affresco di Masaccio. La Sofferenza che incontra la Fede.
Questo incontro è stato una Grazia donata da Dio, che imprime in me quanto Gesù stesso ha condiviso e amato della nostra fragile umanità. Un grande slancio nel proseguire la vocazione alla cura della persona, chiedendo di saper sempre scorgere in ogni fratello che soffre il volto del Signore.
di Sara Colombo - Cassano Magnago (VA)